La spia va alla corte marziale mentre Obama s’affanna sui leaks

Il soldato Bradley Manning si è presentato ieri davanti alla corte marziale nella base di Fort Meade, in Maryland, il luogo da cui il Pentagono gestisce la guerra cibernetica. Quando, tre anni fa, ha passato a Wikileaks 700 mila documenti riservati del governo americano, il venticinquenne Manning ha varcato dalla sua remota postazione irachena le linee nemiche per “riaprire il dibattito sulla politica estera americana” e per mostrare “il vero prezzo della guerra”, come ha spiegato in una lunga deposizione che  doveva rimanere segreta e che è finita nelle mani della stampa.
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New York. Il soldato Bradley Manning si è presentato ieri davanti alla corte marziale nella base di Fort Meade, in Maryland, il luogo da cui il Pentagono gestisce la guerra cibernetica. Quando, tre anni fa, ha passato a Wikileaks 700 mila documenti riservati del governo americano, il venticinquenne Manning ha varcato dalla sua remota postazione irachena le linee nemiche per “riaprire il dibattito sulla politica estera americana” e per mostrare “il vero prezzo della guerra”, come ha spiegato in una lunga deposizione che doveva rimanere segreta e che – com’è ovvio in questo caso – è finita nelle mani della stampa. Il suo gesto ha dato materiale e forza pubblica all’oltranzista battaglia per la trasparenza di Julian Assange, attivista e sacerdote della lotta informatica contro le brutture del governo in generale e di quello americano in particolare. Assange vuole rendere “accountable”, responsabili, le amministrazioni pubbliche rimestando in quella rete in rapida espansione dove gli analisti militari si confondono con gli hacker, gli attivisti si trasformano in spie e dove bastano un paio di clic per dare segreti di stato in pasto a buoni e cattivi; chi però ora viene reso “accountable” è lo stesso Manning, che si è già dichiarato colpevole di dieci dei trentadue capi d’imputazione formulati contro di lui. Si tratta delle accuse minori, che comporterebbero al massimo vent’anni di reclusione, mentre la corte marziale sta valutando quelle più gravi, spionaggio e collaborazione con il nemico, punibili con la pena di morte o l’ergastolo. L’accusa ha chiarito da tempo che non chiederà la pena capitale per Manning, ma la reclusione a vita è un’eventualità non improbabile in un processo che andrà avanti per i prossimi tre mesi.
La figura del “whistleblower”, la talpa che dall’interno dei cunicoli del potere fa filtrare informazioni sconvenienti al pubblico a scopo politico non è certo nuova. Dalla “gola profonda” Mark Felt all’analista militare Daniel Ellsberg, che ha passato al New York Times i Pentagon Papers, le carte sulla condotta dell’Amministrazione Johnson nella guerra in Vietnam, la storia americana è innervata di insider dissenzienti che tentano di svergognare il governo. Manning ha aggiornato la pratica al progresso tecnologico, ha mostrato con un’operazione semplicissima e spettacolare la portata delle armi a disposizione di un qualsiasi analista ventenne che si occupa della gestione di informazioni riservate. Nel tempo in cui sicurezza nazionale e politica estera si giocano ampiamente nel campo cibernetico – oggi in America ci sono un milione di persone fra militari, agenzie di sicurezza e contractor della difesa che hanno accesso a informazioni “classified” – il processo dell’analista dell’esercito serve anche per fissare lo standard sul trattamento delle talpe in ambito militare. Per i civili la faccenda è ancora più scivolosa. L’America non ha mai codificato con chiarezza il rapporto fra la libertà d’informazione, garantita dal primo emendamento, e la violazione del segreto di stato, né ha stabilito in modo certo fino a che punto un cronista è autorizzato a proteggere le proprie fonti. Nel 1969, nel pieno della guerra alla droga, un giornalista del Courier-Journal di nome Paul Branzburg si è infiltrato nel giro dello smercio della marijuana in Kentucky. Un tribunale ha aperto un’inchiesta sul caso, chiedendo al cronista di rivelare i nomi dei malviventi che aveva incontrato. Il rifiuto di Branzburg ha aperto una disputa legale che è arrivata fino alla Corte suprema. Ma con una sentenza ambigua i nove giudici hanno decretato che il primo emendamento non è una motivazione sufficiente per autorizzare un cronista a tacere l’identità delle fonti; allo stesso tempo hanno dichiarato che i reporter sono protetti dalle inchieste “indiscriminate”. E’ stato dopo la creazione di questa zona grigia del diritto che il dipartimento di Giustizia ha preso a introdurre regole più serrate per le inchieste sui media, in particolare la norma che prevede la notifica immediata delle indagini ai responsabili dell’organizzazione sotto controllo. Inoltre, è il procuratore generale in persona a dover autorizzare le indagini sui giornalisti. L’incriminazione e il processo di Manning hanno scatenato da una parte le passioni civili della sinistra liberal, dall’altra hanno rinfocolato – anche fra chi invoca una condanna esemplare – il dibattito sul controllo delle informazioni da parte del governo.

Il senso strategico del processo
L’Amministrazione Obama ha dato poca soddisfazione a chi chiedeva trasparenza, e in particolare si è accanita contro i “leaker” di qualunque genere e risma, anche quelli che passavano all’Associated Press informazioni apparentemente non sconvenienti per la Casa Bianca circa un attentato sventato proveniente dello Yemen. La rivelazione dell’Ap ha impedito però agli americani di infiltrare nel network terroristico un informatore yemenita, cosa che non è piaciuta affatto all’Amministrazione, che ha ordinato una revisione di “migliaia di migliaia di conversazioni” per stanare la talpa, senza che l’agenzia fosse debitamente informata. Il procuratore generale, Eric Holder, sta lavorando alacremente a una riforma dei regolamenti interni per aumentare il livello di protezione dei giornalisti, ai quali non sffuge l’ipocrisia di un funzionario che ha giudicato il cronista di Fox News James Rosen di essere corresponsabile di una “cospirazione criminale” per aver scritto informazioni sul programma nucleare della Corea del nord passate dal funzionario del dipartimento di stato Stephen Jin-Woo Kim. Secondo il dipartimento di Giustizia Rosen ha violato l’Espionage Act del 1917, la stessa legge che Manning è accusato di avere infranto. C’è una linea chiara che divide i Manning dai Rosen, la corte marziale dai procedimenti civili, il Pentagono dal dipartimento di Giustizia; eppure le vicende sono accomunate dal tema delle inchieste sui “leaker” e dal trattamento penale verso chi espone segreti. Assai meno chiaro, invece, è il confine fra la rappresaglia politica per chi propala notizie sconvenienti e l’inviolabile protezione della sicurezza nazionale. Non pochi a Washington vedono la recente ondata di inchieste su giornalisti e dintorni come la paranoica difesa di prestigio e immagine da parte di un’Amministrazione che aveva promesso di mettere la trasparenza sopra ogni cosa. Benché formalmente slegato dagli attuali scandali di Washington, il processo di Manning servirà a inquadrare il trattamento che spetta a chi alimenta dall’interno il fiume di informazioni che dovrebbe rimanere nell’alveo della segretezza. P. J. Crowley, ex portavoce del dipartimento di stato che per avere criticato il governo sul trattamento di Manning ci ha rimesso la poltrona, teme che una sentenza troppo dura “trasformi in un martire” chi ha messo a rischio la sicurezza nazionale. Anche il senso strategico è fondamentale per l’Amministrazione Obama in questo processo.